Poetessa

Oggi sono andata, anche se non ne avevo molta voglia, ad un altro incontro pubblico, questa volta alla Casa Internazionale delle Donne. D’altra parte le colleghe avevano già scelto su cosa lavorare, hanno ragione, sono arrivata molto in ritardo alla riunione. Così c’ero io lì oggi, a seguire il dibattito sulla letteratura femminista e il suo significato oggi, ora che le donne sono tornate in piazza. Mi trovo quindi a penare per scriverci su un pezzo per domani. Gli appunti ce l’ho, le registrazioni pure, non mi manca il materiale, va messo solo insieme con un po’ di lavoro. Mi manca però la concentrazione. Sarò stanca.

Intanto vediamo, che atmosfera c’era? Entusiasmo, competenza, disponibilità al confronto. Correttezza politica, certamente. Le mie amiche impegnate, che leggono avidamente tutto quello che esce sul tema donna, mi indicavano le relatrici e ne riassumevano una breve biografia a mio uso e consumo. Intanto io, in mezzo agli appunti, annotavo le cose da prendere quando finalmente andrò a fare la spesa, chi sa quando.

In particolare due interventi erano molto attesi, per primo quello di Luce, che come sempre ha irretito il pubblico in un silenzio attento, coinvolgendolo poi in un dibattito vivace. Poi ha parlato l’assessora alla cultura, un’avvocata che ha trattato delle differenze di genere nella stesura delle sentenze. Il terzo intervento era di una poetessa per me del tutto sconosciuta ma nota evidentemente alle più, come ho potuto orecchiare facilmente. Non era ancora in sala all’apertura dei lavori, così durante la prima parte della mattinata ho cercato qualche notizia sul web. Già colleghe e amiche mi rimproverano un disinteresse quasi totale per la poesia, volevo almeno evitare di farmi vedere totalmente ignorante di questa donna che loro, evidentemente, apprezzavano molto.

E’ proprio navigando sul web che mi sono persa gran parte degli interventi. Non sono mai stata appassionata di poesia, mentre invece ho sempre qualche romanzo in corso di lettura. Per questo non riesco a spiegarmi perché, appena letto i testi di questa Ezia T., ho perso la cognizione di quello che mi stava succedendo intorno. Ho cercato per un po’ di concentrarmi alternativamente su quello che leggevo e su quello che andavo ascoltando, in modo da non perdermi niente, ma non ho ottenuto grandi risultati.

I versi che leggevo mi hanno sconvolto senza che capissi da dove precisamente mi arrivavano i colpi, impressioni ed emozioni evocate senza che potessi comprendere il perché, frastornata dalla necessità di seguire quello che accadeva intorno ma desiderante la solitudine per potermi godere in pace quelle poesie.

Ho poi rinunciato a leggere oltre, anche perché a quel punto mi intrigava vedere questa donna nella sua fisicità, sentirne la voce a leggere se stessa. Mentre la moderatrice interveniva a concludere il dibattito in corso ho fatto in tempo a guardare qualche foto di Ezia T. su Google, un bel viso sereno, due grandi occhi chiari.

Proprio allora un sussurro ha percorso la sala, lei è entrata nel momento preciso in cui sul palco si faceva silenzio, tutte le teste si sono voltate verso la grande porta di quercia che si apriva.

La poetessa è entrata con passi lunghi, elastici, apparentemente inconsapevole del fatto che tutti erano volti verso di lei. Si è diretta al tavolo, ha salutato le relatrici già presenti scusandosi per il ritardo, si è seduta accavallando le gambe a scoprire una striscia di pelle sopra gli stivali.

Mentre ero sospesa a guardarla ho trovato comunque il modo di osservare le donne accanto e di fronte a me, mentre la seguivano con gli occhi. Quel che ho visto in qualche modo mi ha turbato, nei loro sguardi la fascinazione che avevo subito io a leggerne i versi, le bocche semiaperte col respiro ridotto ad un soffio superficiale, un certo luccichio delle cornee a rivelare l’eccitazione.

Poi lei ha iniziato a parlare della poesia. Il significato di quello che ha detto non l’ho compreso perché non ho l’ho sentito, lo cercherò magari più tardi ascoltando le registrazioni. Non potevo udirlo semplicemente perché sono stata catturata dalla sua voce, musica di un musico cuore. In tutta la sala un silenzio compatto, di carne, non so come altro dire, anche mentre ricordo sono a corto di respiro, di parole.

Il discorso iniziale è stato breve, dopo aver concluso si è alzata in piedi, si è messa di fronte al microfono e ha letto i suoi testi, a lungo. Io, come molti dei presenti credo, ho perso il senso del tempo mentre ogni strofa mi graffiava da qualche parte. Non sono creatrice di metafore, io, e tutta l’emozione che è nata da quella voce mi è rimasta compressa dentro. Qua e là, sono sicura, ho sentito soffocati sospiri.

Fino ad oggi non riuscivo a capire come potessero dei semplici versi far sognare, pensare, sentire cose. Che strano, ho pensato mentre gli applausi riempivano la sala, donne evidentemente forti che si commuovono così, per il semplice suono di parole nell’aria, che un attimo dopo non ci sono più.

Solo adesso forse comprendo, mentre ripenso a quando, alla fine di tutto, Ezia T. se ne è andata abbracciata ad una donna dai lunghi capelli castani lucenti. Un sentimento confuso mi ha riempito per qualche tempo, invidia vaga, ma dire gelosia forse è più sincero, se si può esser gelosi di qualcuno che non si conosce nemmeno.

Al ristorante, insieme alle amiche, un’aria blu, elusiva aleggiava sul tavolo. Abbiamo parlato del convegno in lungo e in largo, ma pochissimo di Ezia T. Allora ho capito di essere una delle molteplici infatuate gelose.

Insomma sono qui, fra un po’ tornerà Franco e, trovandomi ancora a scrivere, mi chiederà di certo cos’ho, appena mi guarda capisce al volo se c’è qualcosa che non va come al solito. Gli risponderò che non ho niente, infatti ho niente, e approfitterò fra un poco del suo amore e del suo sesso.

Sinceramente non ho voglia di pensare ancora ad Ezia T. con annessi e connessi, né di riascoltare le registrazioni. Scriverò a memoria, evitando gli spigoli, poi me ne andrò a letto.

Tanto no, la poesia non è fatta per me, non la capisco anche se mi piacerebbe tanto provarci, un giorno o l’altro.

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