Quella casa nel bosco

Diana corre nel bosco, i cani ansanti le stanno al fianco, felici dopo giornate passate entro i confini del giardino. E’ una mezz’ora che corrono insieme a velocità costante, questo è il primo punto impegnativo del percorso, fino adesso era tutto in piano, sente il cuore che accelera, il sudore che comincia a scenderle per la schiena.

Diana corre come un treno fra gli alberi e gli arbusti in piena esplosione di gemme, pesta le vecchie foglie dell’autunno scorso ridotte in briciole sollevando polvere che per un poco rimane alzata e poi si posa, disegnando una breve scia interrotta dai fasci di luce che irrompono dall’alto.

Continua così ancora per un pezzo, i cani ormai fanno fatica a tenere il passo, sono fuori allenamento. Alla fine si ferma accanto a una sorgente, aspetta che bevano prima i suoi compagni lappando e spruzzando e poi, quando si sdraiano sfiniti nell’erba tenendola d’occhio, succhia piccoli sorsi dal rivoletto più in alto.

Guarda l’orologio, c’è ancora un po’ di strada ma possono rallentare un po’. Riparte a passo veloce ordinando ai cani di starle vicini, non li vuole a correre dietro alle pecore che si intravedono un po’ più avanti, né che si azzuffino col pastore maremmano che le tiene a bada.

Finalmente arrivano davanti alla casa di pietra, dal camino esce un filo di fumo. Dopo aver detto ai cani di fare la guardia fuori dalla porta entra, saluta sorridendo Konrad che sta preparando il caffè. Lui ha la sua solita aria leggermente tesa, anche se l’abbraccia. Diana ne aspira l’odore forte, legna bruciata, lana di pecora. Gli racconta quello che ha fatto nei giorni passati, cosa è successo in paese, lui l’ascolta ma non è molto interessato, come sempre. In una pausa del discorso le chiede ancora una volta, semplicemente, di trasferirsi da lui per l’estate.

Diana non risponde subito, da una parte avrebbe voglia di accettare, dall’altra c’è una cosa che la lascia perplessa. Sarà una romantica, oppure all’opposto troppo razionale, ma non le è sufficiente il calore che Konrad mette nella loro relazione, per andare oltre le manca la passione. Non riesce a dirgli questo bisogno in modo chiaro e, nello stesso tempo, senza temere di ferirlo. Così non risponde, gli sorride, lo bacia. Lui non mostra disappunto, ormai è un’abitudine, lui chiede, lei non risponde, vanno avanti.

Per superare il silenzio lei gli propone di andare a dare un’occhiata nel capanno lì fuori, da tanto è curiosa di vedere che cosa quella casa abbia accumulato nei decenni, potrebbero anche trovare qualcosa da restaurare, chissà, da vendere. Lui la precede, apre la porta sbilenca tirando un chiavistello senza lucchetto.

L’unica finestra è polverosa ma il sole alto entra dalle fessure tra le assi delle pareti, ci sono scatoloni ammucchiati, una vecchia bici, mobili in parte smontati, un divano coperto da un telo cerato con i piedi a cipolla appoggiati su vecchi mattoni. Diana tira via la copertura, il rivestimento è in condizioni quasi perfette, tessuto damascato sui toni del blu e del verde. Si siede, è ampio, comodo.

Gli chiede se c’era mai entrato prima e lui risponde, sedendosi accanto a lei, che ne ha avuto bisogno solo ogni tanto per riporci le cose rotte, tutto qui.

Diana si alza, prende dei fazzolettini di carta dalla tasca e strofina piano un grande specchio che sta appoggiato su una credenza, rivelando così tralci di fiori finemente incisi sulla superficie. Ne resta affascinata, si siede di nuovo accanto a Konrad osservando la loro immagine riflessa. Anche lui guarda, e sempre con lo sguardo allo specchio le mette una mano sul collo, poi su un seno. Lei non si muove, è insolito che lui prenda l’iniziativa, è piacevole e non vuole che smetta.

Lui continua a toccarla tenendo lo sguardo ai loro doppi riflessi, continua a guardare mentre la spoglia, l’adagia sul divano, la bacia dalla fronte alla punta dei piedi. Lei si sente felice, è questo che vuole da lui, che le faccia quello che vuole, che la faccia godere in tutti i modi possibili, mentre anche lei guarda lo spettacolo incorniciato tra i tralci fioriti e si eccita sempre di più.

Konrad distoglie lo sguardo solo per i brevi momenti necessari a cambiare posizione, la mette appoggiata allo schienale e la penetra da dietro, poi si siede lui stesso e se la fa accovacciare sul sesso, tutti e due rivolti verso lo specchio, aprendola il più possibile per vedere meglio il cazzo che scivola dentro ed esce, luccicante. Adesso è lei che lo monta, e ancora la fica rosa bordata di nero lo accoglie e lo risucchia, ha nello stesso tempo una percezione perfetta del sesso reale e della su duplicazione visiva, un’altra coppia che scopa accanto a loro, come loro, e che li guarda scopare, guarda come sono eccitati, sentili come ansimano, facciamo come loro, nello stesso modo, nello stesso istante, mi piace essere guardato e guardare, ti piace tanto guardare ed essere guardata, e allora veniamo finalmente, tutti e quattro, eccomi, eccoli, eccoti, ma solo perché ci possiamo ritrovare da soli di nuovo tra poco.

Fu così che passarono tutto il pomeriggio nel capanno; ne uscirono sfiniti verso sera, svegliati dall’uggiolio dei cani, per trasportare in casa, con molta cura, lo specchio ritrovato.

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